giovedì 11 gennaio 2018

Lettera ad un liberale immaginario

di Adriano Bertolini

In risposta ad "Siam fascisti" di Adriano Petri - il Paese n. di dicembre, p.13 



Beh, quando si cita Longanesi bisogna conoscerlo bene, per non rischiare autogoal considerandolo campione del pensiero liberale. Longanesi fu fascista convinto, fino alla fine di Mussolini; allora, improvvisamente fu folgorato sulla via di  Damasco e fondò una casa editrice che occupava spazi liberi nel gracile e sfrangiato ambito della cultura liberale del dopoguerra; la stessa, peraltro, grossolanamente sbeffeggiata dalle colonne della stampa fascista che Longanesi aveva diretto quando, tra una sbronza e l’altra con l’amico  Balbo (di cui anche in Friuli c’era viva memoria), inventava il motto “Mussolini ha sempre ragione”. Quando si sostiene che  fascismo ed antifascismo sono le due facce della stessa medaglia” si evoca  uno dei problemi centrali della cultura politica italiana: la debolezza congenita della cultura democratica del mondo liberale che il Longanesi stesso ama chiamare “borghese”(ma sempre con il vezzo del paradosso.) L’ondeggiare di Longanesi tra posizioni anarcoidi e simpatie per l’autoritarismo fascista è una costante nel panorama politico culturale italiano del ‘900; denuncia il disagio e l’inadeguatezza di ceti sociali di fatto incapaci di farsi classe dirigente del Paese in un momento di trasformazione sociale nelle società industriali. Le radici di questo fenomeno sono strutturali, insite nella genesi del nostro Paese con tutti i vizi culturali che l’accompagnano, dalla Controriforma in poi, a guardare lontano.

 E tuttora partiti e capipartito che si dichiarano liberali, si alleano disinvoltamente con formazioni di orientamento politico  autoritario ed antidemocratico, ostentano per contro insofferenza nei confronti delle regole e dello Stato democratico. Che ci sia alle viste una dittatura in nome dell’antifascismo è un paradosso risibile, buono per gli aforismi vezzosi e disinvolti di Longanesi; il un pensiero politico è ben altro da un atteggiamento culturale (“Il paradosso è il lusso delle persone di spirito, la verità è il luogo comune dei mediocri.”). Che ci sia una riduzione degli spazi di democrazia reale è invece un fatto che prende corpo con la crisi finanziaria che li ha ristretti, peggiorando le condizioni di vita di milioni di Italiani ed europei sacrificando i bisogni primari di larghe fasce di popolazione. E tra i bisogni primari vi è l’esercizio della libertà reale, quella di vivere e crearsi il futuro con il proprio lavoro che, come recita la nostra Costituzione, è fondamento della vita sociale e della democrazia ma anche condizione di progresso. In realtà, c’è il pericolo di una dittatura: quella dell’ignoranza storica e civile a cui, la pelosa smemoratezza di pretesi benpensanti e la debolezza del timido pensiero neo-progressista hanno permesso di assurgere a valore politico e che storicamente è stata brodo di coltura del fascismo. Mettere sullo stesso piano  Comunismo e fascismo, comunismo sovietico e partito comunista italiano finanche i suoi disorientati eredi di oggi, vuol dire non conoscere la storia politica d’Italia e comunque costruirci sopra una opinione politica pregiudiziale.

Proporre poi  la teoria degli opposti estremisti che si equivalgono è un poco stantio; non ha portato bene  a chi l’ha cavalcata in recente passato, ma soprattutto ha falsato, bloccandolo  per decenni, il dibattito e lo sviluppo della democrazia italiana. Il cerchiobottismo non funziona, non basta a  definire un pensiero democratico e non è sufficiente a definire un pensiero politico, neanche a definire un’area di pensiero; è solo una posizione di comodo, anche un poco farisea, che crea confusione. Bisogna entrare nel merito, storico e politico se non si vuole propinare la solita aria fritta, farcita con i luoghi comuni che ormai, per fortuna, annoiano le persone di buon senso e buona volontà ma anche disorientano e tengono lontano la metà degli elettori italiani. Quell’armamentario è estraneo, soprattutto, per tanti giovani di una generazione estraniata che la storia dell’Italia democratica l’ha conosciuta solo dalla grottesca caricatura propinata per anni dalle battute dei tanti guitti delle televisioni commerciali (ma non solo) sulle quali hanno fondato la loro (in)cultura politica e coscienza sociale. Non furono in molti nel campo liberale a manifestare dissenso od almeno disagio.
Nonostante il cerchiobottismo dichiarato, comunque, alla fine il cuore dei liberali nostrani storicamente batte sempre da una parte ed il nemico è sempre a sinistra. A costo di far sparire la questione fascismo liquidandola “una tantum”:il fascismo non esiste più, è storia passata e chiusa; come se il fascismo fosse solo una esperienza storica politica e non il frutto di un sistema culturale di disvalori presenti nella società.  Ma i comunisti no, quelli sono tra noi (diciamo, almeno i loro eredi, per non cadere nel ridicolo assoluto). Ed il gioco è fatto ed i conti tornano. Ma le carte che si pensa di dare così, non sono più quelle del gioco di oggi. In questa realtà sociale economica e politica destrutturata, in questa stagione di problemi reali concreti non si può rispondere con le vecchie parole magiche. Al di là dei nominalismi partitici, spesso fuorvianti, esistono ora, come cent’anni fa, due campi.

Uno è quello che, tra errori gravi ed omissioni, ha costruito la democrazia in questo Paese sulla base della cultura politica cattolica democratica e di quella socialista legate  all’esperienza della lotta di liberazione dalla dittatura e volte a realizzare le istanze ed i valori positivi condensati nella Costituzione. Fu il momento fondativo dello Stato democratico italiano che vide il contributo anche del pensiero politico liberale nobile del ‘900  e condusse, nei decenni successivi, allo sviluppo economico ed al massimo momento di democrazia partecipativa nel nostro Paese. Fu un’ epoca travagliata, certo, e piena di contraddizioni gravi che ancora paghiamo, in cui però il Paese crebbe sotto tutti gli aspetti. Furono gli anni della conquista cosciente dei diritti civili e sociali che ora stiamo perdendo per noi e per le nuove generazioni; gli anni in cui era possibile la mobilità sociale, vero termometro del progresso, di cui sono testimoni i figli di muratori e contadini diplomati e laureati a quel tempo, con la possibilità di diventare classe dirigente e comunque padroni del proprio futuro; così le donne, comparse a pieno titolo nella vita civile e nel mondo del lavoro; furono gli anni della tutela della salute e dei diritti nel mondo del lavoro, del riconoscimento della dignità di questo e del suo valore sociale.  Erano tutti diritti ignorati, se non negati dal fascismo e conculcati dalle forze sociali ed economiche che lo avevano sostenuto,  sconosciuti all’esperienza italiana di prima ancora della dittatura. Non so cosa centri tutto questo con i crimini del Comunismo di Stalin che lei vuole condivisi a tutti i costi da una parte essenziale dei protagonisti della democrazia italiana. Lei (Adriano Petri, ndr) tira in ballo i nostalgici italiani del Comunismo sovietico; non ne ho mai conosciuti; nostalgici di quando si stava meglio, sì! Forse qui gli orfani sono altri, peraltro di un padre sconosciuto, visto che il liberalismo italiano militante ha avuto il suo epilogo tanti anni fa ed ora purtroppo c’è rimasto solo quello che si è ridotto ad un certo liberalismo straccione (parafrasando Gramsci, ma qualcosa in proposito la disse il dimenticato liberale Piero Gobetti).

Nell’altro campo, ponendosi in maniera acritica di fronte alla inaudita crisi provocata dal mondo finanziario (sulle spalle del mondo della produzione e dell’economia reale), si predica liberismo  economico: meno tasse per chi può,  meno Stato, meno regole alle imprese e tra cittadino debole  e cittadino forte; si sceglie di comprimere di fatto i diritti civili, del mondo del lavoro, i redditi più bassi, predicando la riduzione di quelle sicurezze sociali che hanno garantito il progresso di un secolo nelle società europee più avanzate, considerandole un limite allo sviluppo. Questi paladini della (propria) libertà si alleano peraltro con chi vuole uno Stato etico, centralizzato ed autoritario, con grottesche nostalgie fasciste ed un razzismo casereccio da destra sociale borgatara; forze politiche che cavalcano il disagio sociale attribuendone le cause a chi è ancora più emarginato; ma questi eredi immaginari del liberalismo, si alleano anche con chi vuole maggiore autonomia, se non indipendenza, per fantomatiche entità territoriali-etnico-culturali, contraddicendo ineffabilmente la propria storia . Gli schieramenti sono più o meno artificialmente articolati, ma i campi sono due.


Lei da che parte sta? Speriamo dalla parte giusta, perché sa: la Storia dice che quando nacque il fascismo, a molti liberali era già successo di non vederci bene!

lunedì 16 dicembre 2013

La protesta dei forconi

 
I "forconi" a Torino
Osservo con crescente preoccupazione quello che sta accadendo nelle piazze delle principali città italiane dove da quasi sette giorni ormai prosegue la cosiddetta "protesta dei forconi". Molte sono le analisi fatte dai vari commentatori politici sulle principali testate giornalistiche italiane, ma una particolare attenzione riserverei a quella proposta da Claudio Sardo su L'Unità di domenica 15 dicembre, soprattutto per il percorso di analisi che presenta.
Sardo parte dalla constatazione che i principali leader della protesta, anche se difficili da identificare per via della consistenza molto confusa delle richieste e della fasce sociali che vi partecipano, sono di estrazione berlusconiana. Partendo da Mariano Ferro, che diede vita alla protesta dei forconi in Sicilia proprio all'indomani della vittoria di Rosario Crocetta e quindi alla sconfitta per il centro-destra diviso tra il berlusconiano Sebastiano Musumeci e l'autonomista Giovanni Micciché. Una sconfitta che cambiò radicalmente gli equilibri di potere in Sicilia, consolidati ormai lungo l'asse PDL-MPA in quanto eredi del sistema di potere democristiano. 
Sulla stessa linea, la "protesta dei forconi" prende piede il 9 dicembre, circa 12 giorni dopo il voto che ha confermato la decadenza di Silvio Berlusconi dal parlamento. Appare quindi il legame che esiste tra le vicende del leader del Centro-Destra e questa protesta che si arroga il diritto di rappresentare tutto il popolo italiano. Altro elemento da tenere in considerazione nel confermare questo legame di cui ci parla con chiarezza Sardo, ma non solo, è la natura delle richieste che provengono dalla piazza, in primis le dimissioni di un governo che i "forconi" ritengono illegittimo, proprio all'indomani della decisione della nuova Forza Italia di ritirare il suo sostegno al premier Letta. Altri temi sono difficili da individuare in quel marasma di malumori che caratterizza queste piazze, saltano all'occhio la richiesta di uscire dall'euro, le dichiarazioni di sostegno al leader nazionalista ungherese Viktor Orbàn, le frasi antisemite, l'escalation della violenza, fisica e verbale, ma soprattutto l'avversione verso Equitalia. Un insieme di populismo, anti-statalismo e nichilismo che rappresentano il nocciolo della cultura politica proposta per vent'anni dal centrodestra berlusconiano.
Non possiamo considerare questa protesta frutto di una operazione di Silvio Berlusconi e del suo team politico, essa si caratterizza come la reazione di quella parte consistente del elettorato berlusconiano che con la fine del suo ventennale leader, non è riuscita a trovare un'altra rappresentanza nel Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano o nel Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, e che ha coagulato intorno a se la disperazione di alcune di quelle fasce sociali che sono state maggiormente colpite dalla Crisi (esodati, piccoli commercianti, ambulanti, "padroncini", piccoli autotraspostatori).
Infine nel concludere ritengo che la soluzione a quello che risulta essere un elemento di forte instabilità per la democrazia, rappresentato anche dal gesto di sostegno di alcuni membri delle forze dell'ordine che hanno abbandonato quella neutralità politica che devono necessariamente possedere, sia ritrovabile nella crisi del centro-destra. Se questi saprà uscire dal trauma del post-Berlusconi riconsolidando il suo elettorato intorno a una forza politica democratica e riconducibile ai partiti popolari europei, il sistema democratico si riconsoliderà; se invece questa operazione dovesse fallire, le forze democratiche, che rimarrebbero quindi rappresentate unicamente dalle sinistre e dai sindacati, temo non avranno la forza per poter contenere questa spinta distruttiva e anti-sistemica. 
In democrazia gli schieramenti politici devono affrontarsi utilizzando i meccanismi che il sistema mette loro a disposizione e legittimandosi a vicenda, se invece buona parte di queste decide di ricorre a strumenti diversi per catturare il consenso (come la demagogia e il populismo che portano alla demonizzazione dell'avversario e quindi alla sua delegittimazione), inevitabilmente il sistema sarà destinato a collassare.

venerdì 13 dicembre 2013

Renzi, il nuovo segretario del PD

Matteo Renzi alla festa per la vittoria
Il risultato delle primarie è indiscutibile e consegna la vittoria a Matteo Renzi con 1.887.396 voti (68%), contro i 505.800 (18%) di Gianni Cuperlo e i 395.715 (14%) di Pippo Civati. Si potrebbe criticare la composizione dei vari elettorati, ovvero la decisione di aprire le votazioni per la segreteria del Partito Democratico a tutti i cittadini italiani che abbiano dichiarato di essere elettori del Centro-Sinistra e non solo agli iscritti. Personalmente ribadisco di essere stato avverso a questa decisione di cosiddetta "apertura", unicamente perchè si tratta di una logica che impoverisce il significato che la tessera, e quindi l'iscrizione al partito, possiede: un'espressione di appartenenza e di impegno politico. Devo però riconoscere che alla luce delle proteste dei cosiddetti "forconi", scoppiate nelle principali piazze italiane all'indomani delle votazioni (lunedì 9, per essere esatti), l' "apertura" si è dimostrata una scelta efficace, perchè ha esternato l'affetto di quasi 3 milioni di italiani alla democrazia e ai suoi meccanismi, in contrasto con i metodi squadristi e sovversivi dei "forconi" che troppo ricordano l'aggressività della propaganda fascista degli anni Venti.
La vittoria di Renzi senza ombra di dubbio segna una discontinuità con il passato, l'uscita di scena degli ultimi dirigenti che si erano formati nel PCI segna la chiusura delle ostilità tra coloro che riconoscevano le rispettive identità sulla base delle precedenti appartenenze partitiche (ex-DS, ex-Margherita, ex-PPI, ex-PSI. ex- ... ). Con la segreteria Renzi, e con la nuova generazione che ora è incaricata di assumere il ruolo dirigente del partito, si apre la possibilità di avviare un nuovo percorso fondativo per il PD, che veda la fine della correnti e l'affermarsi di un'identità nuova e originaria, che trova le sue fondamenta nei valori del progressismo europeo.
E' importante quindi che si metta in campo un'operazione di riconsolidamento del PD a livello locale, attraverso l'azione dei circoli e delle segreterie regionali, due tasselli fondamentali per connettere i cittadini con gli organi dirigenti nazionali e quindi con le istituzioni statali. Di pari passo bisogna rafforzare questa operazione di fondazione attraverso l'affermazione di quelli che sono i valori fondativi della Sinistra, come il rispetto della Costituzione, i diritti civili, l'uguaglianza sociale e la redistribuzione della ricchezza. Partendo quindi dalle realtà locali, appare necessario rilanciare la proposta programmatica di questo nuovo PD attraverso la promozione di iniziative che ricolleghino il partito a quello che è il suo terreno sociale di riferimento: le fasce più deboli della popolazione, come i precari, gli "esodati", i piccoli imprenditori, i lavoratori dipendenti, gli operai, i giovani senza lavoro.
Per rilanciare il partito e quindi consolidare la democrazia, salvaguardandola da quelle spinte populistiche e demagogiche che ora si alimentano del diffuso malcontento provocato dall'inerzia decisionale delle istituzioni governative, bisogna tornare a parlare alle fasce sociali che più stanno sopportando il peso di questa crisi economica. Se non saremo noi e le organizzazioni sindacali a convogliare le loro istanze, esse comunque le esprimeranno attraverso strumenti che però non saranno quelli democratici, perchè ai loro occhi i partiti saranno quelle organizzazioni che nel momento in cui avrebbero dovuto farsi ancora più carico della voce e delle loro difficoltà, si sono rinchiusi in se stessi, giustificando le accuse dei demagoghi anti-statalisti come Beppe Grillo che accusano il PD e gli altri partiti di essere "dei ladri, corrotti e collusi. Dei cadaveri!".
Ora quindi abbiamo l'occasione di rilanciare il partito e consolidare la democrazia in Italia, e questo possiamo farlo solo parlando al Paese e ripartendo da Sinistra

martedì 12 novembre 2013

Robert Capa e la Guerra Civil

Dal 10 ottobre al 19 gennaio è allestita presso la Villa Manin di Passariano di Codroipo (UD) una mostra sugli scatti del padre dei fotoreporter di guerra, Robert Capa. La mostra raccoglie centinaia di scatti del fotografo ungherese oltre ad alcuni spezzoni di video sempre da lui realizzati, soprattutto durante il secondo conflitto mondiale.
Capa, al tempo John Steinbeck, nasce nel 1915 a Budapest da una famiglia ebraica. Giovanissimo si iscrive al partito comunista, ma è costretto presto ad emigrare a causa del crescente potere che il partito nazionalista e antisemita delle Croci Frecciate, guidate del futuro dittatore Ferenc Szálasi, sta lentamente acquisendo. Si trasferisce quindi in Germania alla ricerca di uno sbocco lavorativo come fotografo, cambia anche il suo nome da John Steinbeck a Robert Capa, perchè in una europa fortemente antisemita un nome tipicamente ebraico non può che essere una zavorra per la sua carriera. 
Fin da subito quindi Capa cerca di combattere i vari fascismi che si stanno affermando in tutta europa, utilizzando come arma l'obiettivo della sua macchina fotografica. Nel 1935 allo scoppio della Guerra Civil in Spagna, tra le forze repubblicane e i ribelli nazionalisti di Francisco Franco, Capa decide di unirsi ai combattenti repubblicani per documentare quello che a tutti gli effetti si caratterizza come un crimine contro la democrazia. La Repubblica Spagnola nasce nel 1931 dopo la fuga del re Alfonso XII, le crisi politiche che sconvolgono la fragilissima democrazia portano alle elezioni del 1936 alla vittoria del Frente Popolar, una coalizione di partiti marxisti, e quindi alla reazione della Falange Espanola, i nazionalisti guidati da Franco, che organizzano un colpo di Stato per deporre il governo democraticamente eletto.
Ed è proprio in Spagna che Capa esprime tutte le sue doti, segue per due anni tutti i combattimenti tra le forze lealiste repubblicane e i ribelli nazionalisti e scatta migliaia di foto. Proprio uno di questi scatti mi ha particolarmente colpito, siamo nel 1938, la guerra ormai è perduta per i repubblicani e Capa decide di partecipare alla cerimonia di scioglimento delle Brigate Internazionali (quelle formazioni composte da antifascisti provenienti da tutta europa per difendere la democrazia, tra cui anche i codroipesi Giuseppe Marchetti, Cao Vittorio e Grosso Giuseppe). Proprio qui Capa fotografa un'uomo sui trent'anni, che insieme ai suoi compagni di brigata sta partecipando alla cerimonia.
Questo giovane uomo è in piedi, con lo sguardo fiero a mento alto che guarda probabilmente una bandiera o l'uomo che dal palco sta tenendo un discorso, non ci è dato saperlo, e con la mano destra a pugno chiuso sta facendo un saluto che è una via di mezzo tra quello militare e il vigoroso saluto comunista a pugno teso. I suoi occhi sono dritti, i muscoli della faccia tesi come ad esprimere la fierezza di un uomo che ha percorso migliaia di chilometri, che ha sacrificato molto pur di essere lì, insieme ai suoi compagni a lottare per quello in cui crede: la democrazia e la libertà dei popoli. Però i suoi occhi trasmettono anche qualcos'altro, una misto di rabbia e sofferenza per non essere riuscito a vincere la sua lotta, un'amara delusione che però non lo demoralizza, ma anzi lo sprona a lottare ancora un domani, finchè le forze glielo permetteranno.
Ecco la fotografia di questo giovane uomo mi ha profondamente colpito, raccoglie in se tutta l'umanità di una persona che è disposta a sacrificare tutto per gli altri, per combattere in quello in cui crede, e solo la maestrina di Capa poteva raccogliere questo istante. 
Non ho messo questa fotografia come immagine per questo articolo perchè vi invito ad andare alla mostra a vederla con i vostri occhi. Vi invito a fissare intensamente il suo sguardo per cogliere l'umanità che si nasconde dietro di esso. Osservatelo intensamente e vedrete l'incarnazione di un ideale.

lunedì 4 novembre 2013

Politica e religione, un legame diabolico

Domenica 3 Novembre all'auditorium comunale di Rivignano si è tenuta un'importante conferenza sul significato che la Bibbia ha per le tre principali confessioni religiose monoteiste: l'ebraismo, il cristianesimo e l'islamismo. Ospiti dell'evento, organizzato dall'amministrazione comunale in occasione dei festeggiamenti per il cinquecentenario dell'istituzione del ghetto di Rivignano, erano i rabbini Luzzato e Locci, il monsignor Genero e l'imam Aziz. 
Obiettivo della conferenza era l'analisi da tre diversi punti di vista del libro sacro comune a tutte e tre le confessioni (anche se chiamato con nomi diversi: Torah, Bibbia e Coran). L'importanza simbolica di questo incontro risiede nel dialogo che con il Concilio Vaticano II si è ufficialmente aperto tra le tre confessioni, nel tentativo di "convivere pacificamente" piuttosto che di riunire i tre diversi credo, accomunati oltre che dalla Bibbia, anche da una comune visione dell'aldilà e soprattutto da quell'unico dio che proprio come la Bibbia si differenzia unicamente nel nome con cui viene chiamato: Yahwe, Dio, Allah.
Non intendo soffermarmi troppo sulle argomentazioni presentate dai vari relatori sulle diverse interpretazioni che le varie confessioni danno del libro sacro, anche se sono molto interessanti per comprendere le forti comunanze e le altrettanto profonde differenze che hanno portato alla formazione di tre diverse confessioni da una comune matrice religiosa, per concentrarmi invece sul punto che ritengo interessante sviluppatosi nella fase del dibattito: se tutte le fedi professano l'amore e la fratellanza come valori universale, anche tra popoli diversi, perchè scoppiamo conflitti religiosi?
Principalmente è dovuto alla politicizzazione del pensiero religioso. Questo fatto non è logicamente necessario, essere fedeli non significa doversi necessariamente armare degli strumenti politici al fine di applicare la propria visione della vita a tutta la popolazione. In quasi tutti i conflitti, la religione è stata usata come giustificazione della violenza e della ferocia tra i gli avversari. E' altresì facile indurre timori e paure nella popolazione annebbiando la realtà, individuando una sorgente unica di tutti i mali su cui concentrare la rabbia e la ferocia degli oppressi, distogliendola dalla reale sorgente della disuguaglianza e quindi mantenendo un forte controllo sulle masse.
La soluzione a questa politicizzazione risiede, secondo i teologi ebraici, nella Bibbia stessa quando questa dice che esistono degli specifici doveri sociali rivolti a tre specifiche categorie:
- All'orfano, colui che non ha genitori e quindi ha nessuna forma di sostegno;
- Alla vedova, colei che non avendo il marito ha perso il sostegno (essendo il marito un valido sostituto dei genitori);
-Allo straniero, colui che non ha niente e nessuno, ne sostegno ne senso di appartenenza perchè non possiede una terra.
Ed è proprio quest'ultimo valore (ci tengo ancora a sottolineare "sociale" e non "religioso") il più disatteso.
A questo punto il dibattitoevolve, toccando un altro tema fondativo per il nostro vivere in società, perché da questa constatazione si deduce quanto la società moderna non si basi su principi e valori che provengono dalla Bibbia, bensì da altre fonti che i teologici trovano in quella che chiamano la "visione rettangolare", ovvero la televisione (e oggi anche internet e gli altri mass media). Questa nuova visione ha distrutto la capacità dei singoli di porsi le domande giuste, in questi ultimi trent'anni soprattutto ha lentamente distrutto il pensiero critico dei soggetti. Eliminando le "domande", la visione rettangolare ha distrutto il più valido strumento di crescita personale, che permetteva di allargare lo sguardo al di là del singolo problema per ritrovare la soluzione più efficace e duratura.
Nella Torah (nella Bibbia, nel Coran), Dio domanda all'Uomo non "cosa hai fatto", ma "dove sei". Questa domanda si ritrova in altri 3 passi della sacra scrittura e viene sempre tradotta non in "perchè" ma in "come mai". Il "perchè" cerca la responsabilità negli altri al di fuori di noi stessi, quindi in un certo senso deresponsabilizza l'Uomo e lo porta a proiettare sugli altri i propri problemi, intrappolando in una logica di autogiustificazione morale che lo conduce a compire azioni immorali (come gli eccidi e il razzismo).
Mancando questa visione critica, questa capacità di porsi le domande "giuste", l'individuo non riesce più a capire i meccanismi che muovono la realtà di ogni giorno; tutto ciò che accade nel mondo è quindi calato nella realtà in cui viviamo e quindi non riusciamo a capire cosa significhi per un ebreo riposarsi il sabato anzichè la domenica, e cosa significhi per una donna musulmana coprirsi il capo con un velo. Non riusciamo quindi a rimanere insieme anche se diversi, e la globalizzazione porta ad una omologazione di massa dovuta proprio a questa incapacità di comprendere e di convivere con queste differenze. La globalizzazione porta ad una fittizia uguaglianza basata sulla distruzione delle diversità per far posto ad una nuova morale che non lascia spazio all'individuo, che viene così fagocitato dalla massa e rimodellato secondo uno schema ben preciso e precostituito.



lunedì 14 ottobre 2013

Una scelta di campo


Forse alcuni di voi avranno notato che a partire da gennaio il simbolo di Sinistra Ecologia e Libertà è sparito dal front di questo blog. La motivazione è semplice: a dicembre ho consegnato le mie dimissioni dal partito con una lettera che ho pubblicato anche qui.
Dopo sei mesi di indecisione, ho infine deciso di tornare in campo, iscrivendomi a quel Partito Democratico bersaglio delle critiche più severe sia dai giornalisti che dall'elettorato di sinistra. Non nascondo di essere stato anche io un critico terribile verso la principale forza del centro-sinistra, e conservo ancora molte riserve sull'identità e sui fondamenti politici di questo partito. Proprio in virtù di questo ho quindi sentito una spinta a partecipare attiviamente alle sua attività, cercando di dare il mio contributo a chiarire quali siano le basi ideologiche di questo PD, quale idea di società e quindi quale tipologia di azione mettere in campo (essere un partito-elettorale o un partito-moderno).
Le difficoltà quindi non mi hanno spaventato, anzi sono state uno dei motivi che mi ha portato a riattivarmi politicamente dopo mesi di incertezza e di indecisione.
La seconda motivazione discende da questa, perchè prende spunto dalla constatazione delle difficoltà che stanno bloccando l'attività del partito e quindi impediscono a quella che risulta essere (nonostante tutto) la principale forza progressista nel nostro Paese, di produrre effittivamente una linea politica chiara e quindi agire concretamente sulla realtà (sulla società, sull'economia e sulla politica del nostro Paese, e non solo).
Terza motivazione è la constatazione di quanto il PD sia effettivamente l'ultimo "partito" rimasto in una Italia ormai preda di quei partiti leaderistici che senza i loro Signori sparirebbero come neve al sole. Purtroppo SEL è una di queste forze. Nata intorno alla figura di Nichi Vendola, ancora non è riuscita a liberarsi da quel legame fondamentale che collega al suo leader fondatore. Sotto certi aspetti quindi è anch'esso figlio del berlusconismo e quindi per un democratico e progressita che crede fermamente nel ruolo di guida che hanno i partiti nell'analisi e nella formazione della società, il presupposto da con cui nasce anche SEL è già fuori dalla mia tavola valoriale.
Come già molte volte ho espresso su questo blog, credo fermamente nella necessità per una democrazia di avere dei partiti. Così come i nostri padri costituenti ebbero a dire: "non esiste una democrazia senza partiti"; così anche io mi riconoscono pienamente in questo principio, quindi ritengo fondamentale partecipare alle attività del Partito Democratico, al fine di respingere l'offensiva delle forze populistiche e leaderstiche che se incontrastate porteranno alla dissoluzione del sistema democratico, e che aimé sono presenti anche all'interno del partito stesso.
Al contempo rimango però ben conscio dei rischi che dei partiti forti possono rappresentare per il sistema politico, ovvero sfociare il quella che è stata denominata la "partitocrazia" della Prima Repubblica.
Sarà quindi fondamentale partire da questo punto, formare una piena coscienza nella cittadinanza del ruolo fondamentale che possiedono i partiti (con i loro rischi), in modo da riaccendere la partecipazione e quindi consolidare definitavamente il sistema democratico, e allo stesso tempo ritornare alle questioni fondamentali, ai temi, lasciando la mediaticità e gli slogn privi di contenuti ai leader e ai loro sudditti.

mercoledì 2 ottobre 2013

Il giocattolo si è rotto!


Premetto che questo articolo conterrà degli errori grammaticali dovuti alla necessità di scriverlo e di pubblicarlo in fretta visto il rapidissimo evolversi degli eventi che stanno sconvolgendo la politica italiana.
Oggi 2 Ottobre 2013 sarà un giornata storica per il nostro paese, perchè dopo la frattura scatenata da Silvio Berlusconi che ha imposto ai suoi ministri di uscire dal governo delle "larghe intese" guidato dal PD Enrico Letta, il voto di fiducia che si è tenuto oggi ha frantumato a metà e in modo irreparabile il fronte del centro-destra.
50 parlamentari del PDL su 90 hanno dichiarato che avrebbero comunque votato la fiducia al governo nonostante la linea dura del loro leader, costringendo quest'ultimo a compiere una rapidissima inversione a U (che Enrico Mentana ha già definito una "retromarcia su Roma") ripudiando tutte le esternazioni fatte dai fedelissimi di Berlusconi in questi due giorni.
I parlamentari "dissidenti" (o "responsabili" come hanno preferito definirsi loro) hanno rifiutato l'adesione alla rinata Forza Italia e dopo aver votato la fiducia al governo Letta, hanno dichiarato pubblicamente che a breve termine prenderà vita una forza politica di centro-destra alternativa a Berlusconi (ma non antagonista). Grazie al sostegno di questa formazione sarà possibile proseguire con un governo di larghe intese e portare finalmente avanti quelle riforme necessarie per mettere in sicurezza lo Stato e l'economia italiana.
Fondamentale è quindi ora mantenere compatto il fronte del centro-sinistra e il PD in particolare, costringendo l'ormai sfasciato avversario sul campo delle riforme fondamentali per lo Stato:
1) elettorale, che abolisca il "Porcellum" e ci riconsegni un sistema politico stabile;
2) fiscale, che riduca la tassazione sul lavoro (quindi abbassamento dell'IVA e dell'IRPEF);
3) economica, un patto di stabilità che metta in sicurezza i bilanci dello Stato e delle amministrazioni pubbliche.
Quindi un Letta-bis che abbia degli scopi precisi, terminati i quali si procederà allo scioglimento delle Camere e a nuove votazioni per ricomporre un Parlamento capace di produrre politica e non nuovi mostri.
E' necessario infine che questi obiettivi vengono raggiunti in fretta, perchè la frattura che si è creata tra Berlusconi e la sua componente moderata, porta alla luce un'operazione di larga scala che punta alla ricomposizione di un blocco di centro cattolico sullo stampo della vecchia Democrazia Cristiana (lo si deduce dai personaggi che stanno guidando questa operazione, come Formigoni, Giovanardi, Lupi e Casini). Un'operazione pericolosa per la Sinistra e per il nostro sistema politico, che dobbiamo arginare in quanto progressisti e democratici fin da subito, partendo da quel congresso del PD che ora vedrà estromesso Renzi e un Letta trionfante che deve essere unitariamente sostenuto fino al raggiungimento di questi tre obiettivi fondamentali per la stabilizzazione dello Stato e della democrazia italiana.

martedì 27 agosto 2013

Un museo della Resistenza Friulana

Il sottoportico con le porte delle celle di detenzione
Ci sono storie facili da dimenticare perché scomode o tragiche per i ricordi che fanno riaffiorare anche solo risentendo i nomi dei protagonisti. Quando però una storia diventa così violenta da lasciare un solco indelebile nella memoria di un collettività e di un territorio, allora non esiste volontà o dolore capace di rimuoverla del tutto. E’ questo il caso della Caserma Piave di Palmanova.
Se mai vi capiterà di camminare per le geometriche strade della “città stellata”, gioiello dell’architettura bellica veneziana, scoprirete che gli abitanti più anziani di Palmanova mostrano ancora un certo timore non appena sentono il nome del fiume reso famoso dalla Grande Guerra. Nelle loro menti è ancora lucido il ricordo di quelle urla strazianti che provenivano dalle celle di tortura della Caserma del Capitano delle S.S. Pakibus. Flagellazioni, torture, impiccagioni, se le mura della Caserma Piave potessero parlare racconterebbero delle storie così terribili da far rivoltare lo stomaco a noi giovani che la guerra siamo abituati a vederla romanzata al cinema.
Molte di quelle storie tragiche sono ancora leggibili sulle mura delle celle della Caserma, attraverso le scritte che i giovanissimi detenuti (l’età media del combattente partigiano era di 22 anni) hanno lasciato come monito per coloro che li avrebbero seguiti in quel girone infernale. La più terribile di queste era la cosiddetta “cella paradiso”, così rinominata perché una volta entrati si era sicuri di non uscirci più vivi.
L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, l’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, la Coop Consumatori e il comune di Palmanova, hanno deciso di allestire proprio in questo luogo il Museo Regionale della Resistenza perché dimostri una volta per tutte quanto sia falso quel motto che dice che il Fascismo è il cugino buono del Nazismo. Anche se il comandante Pakibus era agli ordini diretti del Terzo Reich, i suoi aguzzini come i repubblichini della “banda Ruggero” o il milite Piccini, erano italiani ufficialmente inquadrati nella polizia territoriale della Repubblica di Salò, ma in realtà desiderosi solo di sfogare la propria violenza contro quei partigiani che consideravano traditori dell’Italia Fascista.
Un museo che prendendo spunto dal Museo della Resistenza di Torino, cercherà di trasmettere ai visitatori e alle scolaresche le storie, le sofferenze e i valori che hanno animato le migliaia di friulani che hanno combattuto per la liberazione dal nazi-fascismo, e che permetterà di capire quanti sacrifici sia costata la nostra democrazia  e perciò quanto importante sia conservarla e proteggerla dalle derive autoritariste e populistiche che, soprattutto in periodi di crisi economica come questi, cercano di delegittimarla, seguendo quello stesso schema che negli anni Venti i fascisti usarono contro la fragile democrazia dell'Italia Liberale.

lunedì 19 agosto 2013

La protesta al CIE di Gradisca

Copia dell'articolo di Giulia Travain, pubblicato su www.progre.eu


I reclusi in rivolta sul tetto del CIE. Foto di Giulia Travain
Ieri a Gradisca d’Isonzo (Gorizia) si è tenuta una manifestazione per chiedere la chiusura immediata del CIE, considerato – per le condizioni in cui versano gli immigrati lì trattenuti – il peggiore d’Italia.
Nel CIE di Gradisca non esistono spazi comuni, né una mensa: nelle stesse stanze in cui si dorme, si consumano i pasti e passano le ore i ragazzi rinchiusi. Ai trattenuti, qui tutti uomini, non è permesso fare una partita di calcetto, e nemmeno è concesso avere fogli di carta per scrivere una lettera. Sono sorvegliati 24 ore su 24 da polizia ed esercito. Spesso – denunciano gli organizzatori della manifestazione – vengono anche somministrati psicofarmaci.
La protesta di ieri, promossa dai Centri sociali Nord Est e altri collettivi autonomi, ha visto anche la partecipazione di esponenti di SEL, Rifondazione Comunista e M5S, nonché di diversi assessori regionali e comunali del Friuli.
Nei giorni scorsi, peraltro, erano già intervenute la parlamentare di SEL, Serena Pellegrino che, in seguito alla visita del centro, ha chiesto un immediato incontro con il prefetto per «garantire i principi umanitari e la tutela dei diritti civili in questo luogo di disperazione. Diritti che riguardano tutti: detenuti e forze dell’ordine»; e la presidentessa della Regione, Debora Serracchiani, la quale ha dichiarato essere necessaria la chiusura immediata dei centri e l’auspicio che il governo si occupi quanto prima della questione.
Tra altoparlanti, striscioni e testimonianze, i trattenuti hanno preso parte alla manifestazione dal tetto interno della struttura al grido «noi non siamo criminali, vogliamo la libertà e grazie a tutti voi per essere qui», lamentando, tra l’altro, il fatto che gli fosse precluso avere notizie del ragazzo scivolato dal tetto qualche giorno fa in un tentativo di fuga: «non sappiamo nemmeno se sia vivo o morto, non ci dicono niente!».
Anche a chi ha provato a visitarlo all’ospedale, secondo quanto dichiarato da una tra gli organizzatori, non è stata fornita alcuna informazione sulle sue condizioni di salute.
La situazione del centro per ora resta invariata. In mancanza di un’azione di governo e del Ministero degli Interni, le possibilità di azione sui centri da parte dei governi territoriali resta limitata, ma se non altro l’agitazione di questi giorni ha portato maggiore consapevolezza alle istituzioni regionali, che ora possono provare a operare congiuntamente a quelle di altre regioni perché, a livello nazionale, si muova qualcosa.
La legge Bossi-Fini va ripensata, la sua inefficienza è stata ormai più volte dichiarata dalle organizzazioni, enti e operatori che lavorano in questo campo.Tuttavia, pare che la riforma della legge sull’immigrazione non sia una delle priorità dell’attuale governo.
La situazione dei CIE non può però essere ricondotta nell’alveo della stessa riforma, e rimandata a data da destinarsi: prima che un problema politico, i CIE pongono un problema di violazione dei diritti della persona. L’Italia, che aderisce alla Carta Europea dei Diritti dell’Uomo e alla Carta dei diritti dell’Unione Europea, non può più permettersi di portare avanti politiche di questo tipo incuranti del rispetto della libertà personale e dei diritti umani.
La politica migratoria è una cosa, l’umanità è un’altra e costituisce un limite per la prima. E qui, è di umanità che si tratta.

mercoledì 14 agosto 2013

L'ùali di Diu

Foto di Davide Bevilacqua
Ieri sera ho avuto il piacere di assistere ad uno spettacolo teatrale all'agriturismo Ai Colonos di Villacaccia di Lestizza, una realtà ormai famosa in tutto il Friuli per la sua produzione culturale di alta qualità. Dopo quasi tredici l'opera del famoso drammaturgo Miklos Hubay, torna in scena tradotta in friulano per il pubblico del friul di miec.
"L'ùali di Diu" narra la vicenda di una donna violentata e condannata a morte con la sola accusa di appartenere ad una minoranza linguistica. Il terribile destino che l'aspetta segna la fine della lingua e della cultura del suo popolo, estinto per sua stessa mano a causa della pavideria dei cosiddetti "rinnegati", uomini appartenenti anch'essi a quella minoranza ma che si sono arresi all'omologazione per avere salva la vita. Neanche l'ultimo disperato tentativo di un giovane seminarista, affascinato dalla lingua di questo popolo che ha scoperto grazie ad una Bibbia tradotta, basterà a salvare la vita alla giovane prigioniera. 
La vicenda si svolge all'interno del carcere in cui la prigioniera attende il compiersi del suo destino, a farle compagnia ci sono solo il rumore passi e delle canzonette degli ufficiali che provengono dai piani superiori, e uno di quei "rinnegati" che ha l'ordine di sorvegliarla ma che ben presto sarà travolto dai rimorsi per essere diventato carnefice del suo stesso popolo.
Il testo dell'opera trasmette una profondità che solo il teatro d'autore può ancora comunicare. Nelle vicende della giovane prigioniera, Hubay vuole rappresentare la nostra società, travolta dal consumismo e da una globalizzazione selvaggia che attraverso le televisioni e la moda spazza via le culture ancestrali che hanno permesso l'evoluzione dell'umanità fino ai giorni nostri. Una globalizzazione che con la pretesa di rendere tutti gli uomini uguali, dichiarandosi quindi puramente democratica, in realtà distrugge la libertà imponendo uno schema omologante al quale non ci si può sottrarre se non a carissimo prezzo. 
Un dramma sociale che ci permette di comprendere quanto la cultura sia fondamentale per l'essere umano, quanto i valori e i principi siano il fondamento del vivere collettivo, e quando questi vengono meno, quando tutto si riduce ad una serie di credenze preconfezionate, anche l'uomo diventa macchina. 
Hubay ci fà capire il pericolo intrinseco della monocultura, una forza omologatrice che spazzando via le differenze arresta l'evoluzione del pensiero umano. Attenzione però, in virtù di queste necessarie e fondamentali differenze non si possono giustificare l'oppressione e la segregazione, perchè una società che decide di chiudersi al mondo diventa omologante al suo interno e quindi da vittima diventa anch'essa carnefice.

martedì 16 luglio 2013

Due pesi e due misure

Ascoltando l'intervista a un giornalista del "Foglio" (il giornale di Giuliano Ferrara per intenderci) a Skytg 24, ho osservato un fatto curioso che da diverso tempo ormai si palesa in diversi salotti televisivi e non: l'equiparazione storica.
Con questo termine intendo definire una specifica operazione che punta alla cancellazione della memoria collettiva attraverso un lento processo di equiparazione forzata tra diversi avvenimenti o periodo storici. Nello specifico, il giornalista del "Foglio" pretendeva di equiparare gli insulti razzisti che il vice-presidente del Senato Roberto Calderoli ha rivolto al Ministro dell'immigrazione Cecile Kyenge, ai diversi soprannomi che in questi ultimi dieci anni sono stati affibbiati a Silvio Berlusconi (il giornalista riportava come esempio il famoso "psiconano" di Beppe Grillo, ma ne esistono molti altri come "il caimano", "papi", "er catrame" e via discorrendo). Chiaramente l'equiparazione è priva di fondamento trattandosi nel primo caso di un insulto razziale, mosso verso un individuo unicamente per il diverso colore della pelle che lo contraddistingue e che quindi rievoca i toni e la violenza tipici della cultura colonialista di metà Ottocento; mentre nel secondo caso si tratta di semplici astrazioni di caratteristiche che l'individuo oggetto di offesa ha esternalizzato nel corso della sua carriera politica (per un esempio "papi" nasce dalle serate trascorse in compagnia di avvenenti signore nella villa di Arcore). Per di più mentre la prima tipologia di insulto può scatenare una sorta di collettiva aggressività nei confronti di un determinato ceppo etnico (in questo caso quello africano), nel secondo caso si tratta per lo più di una sorta di bullismo (anche se in realtà il soggetto offeso ha tutti gli strumenti per difendersi, come ha più volte dimostrato) che non può essere generalizzato contro altri soggetti.
Questo fenomeno di equiparazione è osservabile anche in altri ambiti, come nel caso della storia del Movimento di Liberazione dove si afferma che i partigiani e i fascisti fossero sullo stesso piano dato che entrambi hanno commesso omicidi e violenze. Un giudizio pericoloso perchè la storia non è equa, esistono cioè fazioni che possono essere considerate nel giusto perchè promuovono la libertà individuale e il progresso dell'umanità, e fazioni che invece sono nel torto perchè promuovo logiche di predomino e di oppressione. Agli occhi della storia quindi le violenze e gli omicidi commessi dalla fazione che si trova nel giusto (sempre che questa dimostri che si trattano di eventi saltuari e non sistematici) sono tollerabili come errori o divagazioni sulla strada del progresso, mentre nel caso della fazione che si trova nel torto questi sono sistematici e quindi condannati in toto. 
L'uomo ha bisogno di esempi con cui confrontarsi, se cancelliamo la distinzione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, se tutto viene equiparato allo stesso livello, la macchina del progresso sociale e individuale è destinata irrimediabilmente ad arrestarsi.